Le foto shock dei migranti nelle carceri in Libia

Sono immagini fortissime, spietate, crudeli, quelle che arrivano direttamente dalla Libia. Sono state scattate all’interno di un centro di detenzione per migranti, a Tripoli, e mettono letteralmente paura. Si riaccendono così i riflettori sulla vergognosa e drammatica situazione del paese nordafricano, che in molti vorrebbero come porto sicuro. Le immagini, però, parlano in modo inequivocabile. Le ultime notizie ufficiali parlano solamente di un bombardamento, che tra l’altro ha causato la morte di oltre 40 persone.

È merito dell’Espresso se siamo venuti a conoscenza di alcune dinamiche che avvengono dentro questi centri. Dove torture, abusi, percosse, violenza fisica e psicologica, sono all’ordine del giorno. I detenuti infatti sono trattati come animali: per oltre 100 persone ci sono solo un paio di secchi d’acqua, neanche potabile. Per poter bere bisogna fare una fila di ore e una volta arrivati al secchio si può vere solo un bicchiere. A dimostrarlo sono video e immagini raccapriccianti.

Le organizzazioni umanitarie che lavorano, a fatica, in Libia, parlano di una situazione catastrofica. Igiene assente, cibo scarsissimo, poca acqua. Nessuna tutela, nessuna garanzia, niente di niente. E nelle carceri non dilaga solo la violenza. Ma anche le malattie. Come la tubercolosi, ad esempio, che ha già fatto oltre 20 vittime in un carcere a sud di Tripoli. Così mentre Salvini tace e parla della Libia come porto sicuro, ecco che nelle stanze segrete di Tripoli, e di chissà quanti altri posti, si consuma giornalmente un crimine impunito. Contro uomini, ovviamente, ma spesso anche contro donne e bambini.

Ci sono carceri sovraffollati, dove convivono 900 persone nello spazio di 500, con oltre 700 chiuse in un hangar senza una doccia. Sono almeno seimila, invece, le persone bloccate nelle prigioni senza sapere il perché. E si trovano qui senza assistenza, senza possibilità di chiamare un avvocato, senza nessuna possibilità di ricevere gli aiuti umanitari. Un dramma che si sta svolgendo vicinissimo a noi. E a cui non stiamo rispondendo, cullandoci nella nostra pace e nel nostro benessere.

Le foto che arrivano dalla Libia parlano di corpi dilaniati dalle frustate, fisici piegati dalla fame e dalle malattie, occhi spenti, di chi non potrà mai più vedere la libertà. Per questo la gente scappa. Per questo si decide di sfidare il Mediterraneo, la paura, la morte. Che sarebbe comunque certa dentro una prigione libica.

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