Omicidio Marco Vannini, clamorosa rivelazione di Davide Vannicola, il supertestimone

Il maresciallo Izzo e Antonio Ciontoli? Avevano un patto: non appena Izzo fosse andato in pensione, Ciontoli lo avrebbe aiutato a farlo entrare nei servizi segreti. Izzo impazziva all’idea di poter far parte dei servizi segreti e avrebbe fatto qualunque cosa per entrarvi”.

È questa l’ultima clamorosa rivelazione del supertestimone Davide Vanni- cola, il commerciante di Tolfa (Roma) che ha raccontato alla stampa e alla magistratura verità inquietanti sull’omicidio di Marco Vannini. Stiamo parlando della vicenda del bagnino romano di 20 anni ucciso con un colpo di pistola la notte del 17 maggio del 2015 mentre si trovava a casa della fidanzata Martina, a Ladispoli. Per il suo omicidio è stato condannato in Appello ad appena cinque anni di carcere Antonio Ciontoli, il papà di Martina.

L’uomo, che si è assunto l’intera responsabilità, è stato ritenuto colpevole di omicidio colposo. In primo grado, invece, era stato condannato a 14 anni per omicidio volontario. Il 7 febbraio del 2020 i giudici della Cassazione decideranno se confermare la condanna oppure annullarla, con rinvio ad altra Corte d’Appello per un nuovo processo.

Intanto, questa misteriosa vicenda, contornata da tanti lati oscuri, si arricchisce di nuovi e inquietanti elementi. Facciamo un passo indietro. Nelle scorse settimane, a distanza di quattro anni dai fatti, è uscito allo scoperto Davide Vannicola. Vannicola era un grande amico del maresciallo Izzo all’epoca in cui quest’ultimo ricopriva la carica di comandante della stazione dei carabinieri di Ladispoli.

Nel corso di un’intervista rilasciata alla trasmissione tv “Le Iene”, il testimone ha detto: «Il maresciallo dei carabinieri, Roberto Izzo, mi disse che a uccidere Marco Vannini è stato Federico Ciontoli, non suo padre Antonio. E fu lui, proprio Izzo, a suggerire al padre (Antonio, ndr) di prendersi la colpa». Parole sconvolgenti che hanno spinto gli inquirenti della Procura di Civitavecchia ad aprire un fascicolo e a indagare per favoreggiamento in omicidio e false dichiarazioni l’ex comandante Izzo. Se le rivelazioni di Vannicola fossero vere, cioè se la magistratura dovesse trovare un riscontro oggettivo alle sue parole, l’intera vicenda sarebbe da riscrivere.

Ma torniamo alla clamorosa notizia di cui vi abbiamo accennato all’inizio. Nei giorni scorsi Vannicola ci ha contattato telefonicamente per riferirci di una promessa che Ciontoli avrebbe fatto al maresciallo Iz- zo. «Di quale promessa si tratta? », gli abbiamo domandato. Vannicola ci ha risposto che, «prima dell’omicidio di Marco, Ciontoli aveva promesso a Izzo che quando quest’ultimo fosse andato in pensione lo avrebbe fatto entrare nei servizi segreti». Ha aggiunto: «Ovviamente ritengo che questo “patto”, dopo la morte del bagnino, si sia ulteriormente rafforzato, alla luce dei consigli e dei favori che Izzo aveva fatto a Ciontoli subito dopo l’omicidio». Nel riferirci queste cose, Vannicola è sembrato sicuro di sé. Ma sarà la Procura di Civitavecchia a stabilire se sta raccontando la verità o se si è inventato tutto.

«AVEVA UN TELEFONO CON LA DOPPIA SIM»

Nel frattempo, Vannicola ha confermato ogni parola, già rivelata a noi giornalisti, di fronte al capo della Procura di Civitavecchia, Andrea Vardaro, e al sostituto Roberto Savelli. Il testimone ha quindi ribadito anche agli inquirenti che il maresciallo dei carabinieri Izzo gli avrebbe confidato che a sparare al povero Marco non fu Antonio Ciontoli, ma suo figlio Federico. Appena dopo lo sparo, l’ex comandante avrebvi sono chiamate tra di loro, fatta eccezione per un’unica telefonata, già confluita negli atti di indagine, avvenuta di notte, mentre Marco era già in ospedale. Ma Vannicola è certo che il maresciallo Izzo avesse altre utenze telefoniche, che non sarebbero state controllate. A Giallo il testimone ribadisce: «Sicuramente il maresciallo Izzo aveva un’altra utenza telefonica. Come faccio a dimostrarlo? Facile! Io stesso gli regalai un telefono dual sim (un apparecchio predisposto per contenere al suo interno due schede telefoniche, quindi funzionante con due numeri differenti, ndr). Credo che il “secondo” numero lo abbia dismesso nel 2016. Fu proprio lui a dirmelo: “Davide, quell’altro numero l’ho chiuso. Per favore, cancellalo dalla rubrica”. Cosa che io ho fatto». Riguardo a questo aspetto, abbiamo raccolto un’indiscrezione: in Procura gli inquirenti che hanno messo sotto inchiesta l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Ladispoli avrebbero effettivamente ritrovato altri numeri riconducibili a Roberto Izzo. Anche in questo caso, se la notizia dovesse trovare riscontri, si aprirebbero nuovi scenari nella ricostruzione di quella maledetta notte.

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