“Ho, senza saperlo, intrapreso una relazione con mio zio dai sei ai dieci anni, credendo fosse un gioco. Mia madre sapeva, ma non disse nulla”. Un’infanzia drammatica, poi la rinascita. La storia di Giulia.

Sono Giulia (nome di fantasia) e ho 24 anni. Una vita come tanti coetanei, oggi, nonostante il passato abbia cercato di smantellare il mio futuro, i miei sogni e le speranze. Per questo voglio credere che il destino esista e che possiamo lottare per migliorarlo, anche quando certe situazioni capitano, semplicemente, senza che possiamo opporvi resistenza. Non riuscirei altrimenti a spiegare il perché io abbia dovuto affrontare tanti ostacoli. Sono grata a due persone importanti nella mia vita, nonostante siano state quelle che l’hanno segnata per sempre: mia mamma e suo fratello, vittime e carnefici allo stesso tempo.

Il rapporto con mia mamma è stato molto conflittuale. Lei è nata con un danno alla corteccia cerebrale che l’ha resa afasica e incapace di comunicare in maniera efficiente, ha sviluppato anche un disturbo della personalità con accenni di schizofrenia. Per me è significato crescere con una persona instabile, che dopo avermi percossa fino allo stremo delle forze, arrabbiata, si calmava dopo circa mezz’ora per poi abbracciarmi. Mi ero abituata a questo schema, non mi chiedevo se fosse normale o meno. Ho iniziato a capire che fosse “diversa” verso i sedici anni, confrontandola con i genitori del mio fidanzatino di allora.

Durante l’adolescenza ho maturato un grande odio che solo negli ultimi anni si è tradotto nella comprensione che, in realtà, la mia mamma mi vuole un gran bene che non riesce però ad esprimere per la sua malattia. Grazie a lei sono cresciuta in fretta ed oggi sono, credo, un’ottima educatrice che ama lavorare con le persone con disabilità mentale. Adoro l’esperienza che svolgo con loro, contribuire ai loro piccoli ma grandi obiettivi: loro tirano fuori il meglio di me e mi fanno sorridere. Con la mia mamma, invece, è tutto un po’ più complicato, non riesco ancora a “gestire” le sue problematiche, ma cerco comunque di starle vicino. Nonostante tutto lei mi ha dato, a modo suo, amore.

In tutto questo mio padre non ha avuto né forza né coraggio per proteggermi. Lo ricordo assente, non avendo mai accettato questa situazione. Ogni volta ha preferito dare la colpa a me, che “facevo arrabbiare” mia mamma. Solo di recente il rapporto è migliorato e sono certa che la mia esperienza di educatrice mi abbia aiutato ad essere più gentile e comprensiva. Sono felice di questo perché nonostante non potrò mai avere una famiglia normale ci vogliamo bene e sono riconoscente ai miei genitori per ciò che hanno fatto per me, come il sostenermi economicamente nella difficile vita da studente fuori sede. Anzi, mi dispiace di aver compreso tardi quanto la donna che mi ha messo al mondo abbia combattuto contro la sua stessa malattia per crescermi.

Mio zio, invece, ha “rubato” la mia infanzia a otto anni ed ho, senza saperlo, intrapreso una relazione incestuosa con lui dai sei ai dieci anni e mezzo, credendo fosse un gioco. Mia madre sapeva, ma non disse nulla né mi protesse, probabilmente per l’incapacità di farlo. Del rapporto con lui non ricordo molto. La mente di una bimba non ha la resilienza adatta per elaborare un’esperienza così ambigua e malsana. In verità non provo rabbia, bensì compassione: se fosse stato aiutato per i comportamenti preoccupanti che già da giovane aveva manifestato, forse non avrebbe usato il mio corpo come un giocattolo per il proprio piacere.

Anche lui però, a modo suo, è stato presente: ha svolto una funzione paterna nei miei confronti, preoccupandosi per la mia istruzione e per la mia salute, là dove i miei genitori non erano in grado di farlo. Questo naturalmente non giustifica la sua perversione che mi ha reso così fragile e vulnerabile, tanto che dopo mio zio anche altre persone mi hanno usata, perché debole e spaventata dal mondo. Un dolore immenso che porterò sempre dentro, un dolore per cui trovo poche giustificazioni.

Mio zio smise di abusare di me quando capì che stavo crescendo e che presto avrei cominciato a dare un nome rischioso al nostro “gioco”. Al termine di questo rapporto, per ben quattro anni non ho ricordato assolutamente nulla, manifestando poi attacchi di panico, assenza di appetito e un’aggressività latente. Dopo i quattordici anni, in seguito ad un fatto ben preciso, ho ricordato tutto, e ho dato con orrore un senso alle azioni di mio zio, finendo dopo alcuni mesi col rivelare all’educatrice che mi seguiva che “lo zio metteva le mani nelle mie mutandine”. Scattò immediatamente una denuncia e come in una catena di montaggio si verificarono fatti consequenziali: il ritorno di altri ricordi, l’incredulità di mia madre, l’abbandono da parte di tutti i miei parenti, i sensi di colpa di mio padre celati nella frase “avresti dovuto dirmelo”. Oggi zio è in carcere a scontare la sua pena. Nei suoi confronti provo dispiacere per avermi ingannata ed aver sfruttato la mia ingenuità di bambina, eppure si è anche preso cura di me. È per merito suo che ho imparato a leggere, ad appassionarmi alla letteratura fino a dovergli la mia prossima laurea in Lettere Moderne, perché se non mi avesse insegnato ad amare Jules Verne o Charles Dickens forse non avrei sviluppato questo interesse.

Col tempo mi sono ripresa contando sulla mia forza e su pochi ma preziosi amici che mi sono stati accanto. Il trasferimento in una nuova città mi ha permesso di trovare un nuovo equilibrio e mi ha dato la possibilità di crescere e vivere serenamente. A livello universitario mi sono organizzata da sola, affrontando la paura per un mondo nuovo dove non conoscevo nessuno e l’idea di cominciare, a ventun anni, l’ultima battaglia per una vita migliore. Oggi sono una persona con un grande fardello ma che è allegra, gentile, solare e altruista. Di strada da fare per stare bene ne ho ancora tanta, ma voglio incoraggiare gli altri a non arrendersi mai, neppure quando si è completamente soli e ci si vorrebbe abbandonare nel dolce oblio dell’impotenza.

A chi ha subìto violenze sessuali voglio dire questo: non lasciatevi divorare dai sensi di colpa, ricordatevi che siete innocenti, persino quando avete cercato l’approvazione del vostro carnefice. Non pensate mai, neppure per un minuto, di essere sbagliati, di non meritare di vivere, di essere impuri e sporchi. Non sfogate la vostra rabbia su voi stessi cercando di distruggervi, piuttosto fatevi una doccia fredda, camminate fino allo sfinimento, prendete a pugni un cuscino, praticate sport, disegnate, scrivete, ballate… Non allevierà il dolore per l’inganno che vi è stato fatto, ma conterrà le vostre emozioni. Rivolgetevi a degli esperti, perché il supporto psicologico è fondamentale. Non vergognatevi di chiedere aiuto e accettate che vi venga dato. Spesso chi ci circonda non può capire quali demoni stiamo affrontando e si sente inutile: accogliete ciò che può darvi, che sia una serata di svago o un momento di conforto. Infine, se avete problemi in famiglia, non odiate i vostri genitori, perché essere madre o padre è un compito difficile e non esiste un manuale per spiegare come farlo in modo perfetto. Ognuno prova, a modo suo, con le proprie capacità e i propri limiti, a fare del suo meglio per i figli.

Solo così potrete trarre qualcosa di buono dal vostro “fardello”, che di certo non sparirà ma potrà essere trasformarlo in azioni positive per voi, e magari anche per gli altri. Vogliatevi bene, amate voi stessi e imparate a riconoscere la vostra dignità. Combattete sempre per la vostra felicità, perché magari non arriverà un principe a cavallo per trarvi in salvo dalla strega malvagia, ma potete essere voi il vostro principe, potete migliorare la vostra vita impegnandovi a cercare soluzioni, a circondarvi dalle persone giuste, ad aver rispetto trattandovi con riguardo. Ponetevi degli obiettivi, e piano piano provate a raggiungerli. Ricordate sempre che non importa chi o cosa vi ha segnato, abbiamo il potere di costruire il nostro futuro e possiamo stare bene, nonostante tutto.

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