La storia di Ugo Tognazzi: figli, moglie, carriera, biografia, film, causa morte

Lo sogno spesso. A volte sono sogni teneri e buffi. A volte sono rimproveri. Incubi in cui mi vergogno di non essere stato all’altezza. Oppure mi capita di addormentarmi con la Tv accesa davanti a un suo film e di svegliarmi di colpo, convinto di aver sentito nel corridoio il fantasma di Ugo».

Ugo per i figli, per tutti gli altri Tognazzi, per nessuno, semplicemente, “papà”. «Sarà che più che un padre è stato un figlio. Lui con questa cosa ci giocava, ci rimproverava, diceva che eravamo troppo severi. Era infantile nel senso più puro del termine.

Aveva una parte fanciullesca e una zona immatura, basti vedere come si comportava con le donne, che chissà oggi come lo considererebbero. Ma lui diceva: “Per far felici voi devo fare felice me stesso”. Era un dritto. Un grande “ugocentrico”». A cento anni dalla nascita di Ugo Tognazzi, il 23 marzo 1922, Ricky Tognazzi, il maggiore dei suoi figli (gli altri sono Thomas, Gianmarco e Maria Sole nati da altre due relazioni importanti sfociate nel matrimonio) porta al cinema un documentario, La voglia matta di vivere, «per raccontare le sue fragilità e la sfacciataggine, ma anche il quotidiano sfrontato e malinconico».

Il film è uno degli eventi che celebrano quest’anno il centenario di Tognazzi, moschettiere del cinema italiano con Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, attraverso festival, convegni, proiezioni e un appuntamento speciale alla prossima Mostra di Venezia dove si terrà un evento speciale, 100% Ugo” È la Cinecittà nazionale che torna a stringersi intorno a uno dei suoi grandi maestri, amato, celebrato e forse anche abbandonato, «o almeno questa era la sua percezione», racconta Ricky, «perché alla fine della sua vita sentiva di non lavorare quanto e come avrebbe voluto ».

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Eppure le immagini del 1990, quelle del funerale, raccontano nel film un dolore che è autentico: il ricordo dell’amico Paolo Villaggio, il più feroce recensore delle cene a casa Tognazzi (ma anche Mario Monicelli non scherzava: una volta minacciò di portare avanzi di uno spezzatino alla polizia scientifica), il pianto di Marco Ferreri, che con Tognazzi aveva litigato dopo anni di sodalizio, il volto pallido di Raimondo Vianello, accanto a Ugo negli anni del varietà televisivo. «In vita sua ne ha combinate più di Carlo in Francia, ma con gli amici sapeva essere altruista.

Si regalava al pubblico e alle tavolate con grande generosità. Nel privato, invece, era molto timido. Se potessi riaverlo con me per un giorno intero, me lo porterei in macchina. Io e lui, in viaggio. Non importa dove.

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Vorrei provare a bucare il suo silenzio, la sua introversione, la sua fatica ad aprirsi. Vorrei dirgli che siamo più simili di quanto pensasse». Anche le tavolate a Villaggio Tognazzi, la tenuta sul mare acquistata da Ugo all’inizio degli anni Sessanta, saranno celebrate nel corso dell’anno con iniziative più gastronomiche che cinematografiche: il “mese dell’abbuffone” con le ricette dell’attore nei ristoranti del litorale laziale (agosto), la rassegna gastronomica A cena con Ugo a Cremona (ottobre), e naturalmente una cena evento di compleanno nel suo ristorante preferito, Benito al Bosco a Velletri. «Quando era qua mi chiamava anche tre volte al giorno», racconta nel film il proprietario, prima cavia del piatto più ardito inventato da Ugo, i fantomatici testicoli di toro marinati («Non erano male»). Solo se costretto, Ricky ammette: «Mi dispiace dirlo, ma credo di essere, dei suoi figli, quello che cucina meglio.

Molte delle mie ricette le ho ereditate da lui, ma non sono al suo livello. Per Ugo cucinare era più di un hobby, era teatro: presentava i piatti e aspettava gli applausi. Io non ce l’ho questa sottigliezza. Faccio da mangiare e spero sia buono».

Centrale, nel film, il ricordo delle feste nella casa di Torvaianica, col celebre torneo di tennis premiato con lo scolapasta d’oro. Un evento faraonico, come lo ricorda il figlio Gianmarco: «C’era gente che atterrava con la mongolfiera sul campo, Philippe Leroy che faceva il mangiafuoco, Paolo Villaggio e papà che giocavano vestiti da donna». Appuntamento che divenne nel tempo irrinunciabile per la Cinecittà romana. «A un certo punto contava più stare a Torvaianica che alla Mostra di Venezia».

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E se pure è Gianmarco, oggi, a tenere viva l’azienda agricola di famiglia La Tognazza, a Velletri, è il maggiore Ricky a conservare i ricordi più vividi del circo che frequentava casa Tognazzi: «Mi manca da morire il senso di libertà che si respirava con lui in quel posto. La nostra era una casa aperta, da cui entravano e uscivano in continuazione decine di persone. Trovavi gente di giorno e di notte, chi si addormentava sul divano, chi si accoppiava fra i cespugli.

Era una comunità molto vicina all’idea che ho di anarchia». E se oggi dovesse riassumere suo padre in un’immagine? «Non ne ho dubbi. In costume da bagno, in giardino, con un coltello in mano che studia come trattare un animale in mezzo alle cassette di frutta. I suoi cent’anni, però, non li avrebbe festeggiati così. Avrebbe lavorato. Perché, con buona pace di chi lo ha amato, lui viveva per quello».

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