Quando Martina ha ucciso Elena non ha esitato: desiderio di vendetta più forte dell’amore materno

Elena era sua figlia, ma il desiderio di vendetta era ormai diventato più forte dell’amore materno.

L’autopsia non ha escluso che la bambina abbia anche solo istintivamente cercato di fuggire. Sua madre l’ha tradita, ma lei non poteva saperlo. Ha cercato di sfuggire al suo terribile destino. Senza riuscirci.

Per non parlare del budino al rientro dall’asilo. Una madre che concede alla figlia un dolce per renderla felice.

Eppure, quello stesso budino, ha avuto per Elena il sapore dell’ultimo pasto del condannato a morte.

La buca, la zappa e la pala lasciano poco margine per parlare di misericordia. Martina si è procurata tutti gli strumenti per scavare una fossa e l’ha fatto.

Forte e presente è sempre stato il contatto con la realtà. Preparare una buca per sotterrare il corpo di una figlia non è un’attività ordinaria, ma un gesto barbaro e accuratamente premeditato. Per non parlare delle modalità con le quali è stato eseguito il delitto.

Il corpo della bambina era sotterrato e presentava “la testa rivolta verso il basso, completamente piegata sul mento e posizionata in prossimità dell’area pettorale” lasciando ipotizzare gli inquirenti “la probabile forte pressione verso il basso applicato dall’omicida nello scaraventare il corpo della bambina nella fossa”.

Tutti passaggi questi che denunciano una ferocia e una malvagità tremenda. Niente a che fare con l’incapacità di intendere e di volere.

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Vi è di più. Laddove avesse avuto un benché minimo e successivo pentimento, avrebbe immediatamente confessato. Invece di inscenare la storia del rapimento.

Oltre alla storia degli uomini incappucciati, per rendere verosimile il racconto, ha addirittura manomesso la maniglia esterna della sua auto. Una persona malevola che è crollata, come ha riferito in sede di convalida, soltanto dietro la rassicurazione del padre che l’affetto nei suoi confronti non sarebbe mai mutato.

Qualunque cosa avesse fatto alla bambina. Prima di raccontare la verità, quindi, si è assicurata di non rimanere da sola.

L’ha uccisa infliggendole forse più di undici coltellate. Ha infierito con una crudeltà e una ferocia di cui si fa fatica a parlare.

Martina Patti aveva già conseguito una laurea in scienze motorie e a novembre avrebbe dovuto laurearsi anche in infermieristica. Dunque, la donna sicuramente disponeva delle conoscenze di base dell’anatomia del corpo umano.

In questo senso, sarebbe stata perfettamente in grado di stabilire che tipo di coltellate, e dove, avrebbero potuto rivelarsi mortali per la piccola Elena. Ma ha scelto di infierire.

Lo ha fatto perché nella sua versione distorta la vita di sua figlia avrebbe dovuto essere sacrificata nel peggiore dei modi. Il prezzo da pagare doveva essere elevato.

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Sulla questione movente, di cui abbiamo già debitamente discusso, in sede di convalida la donna si è limitata a ribadire di non ricordare che cosa l’abbia spinta ad agire. Anzi, ha ribadito di essere stata “una persona diversa”.

In realtà, osservando le dichiarazioni a partire dalla storia del presunto rapimento, si evince come non soltanto abbia cercato di depistare sin da subito le indagini.

Ma anche come, allo stesso tempo, abbia velatamente cercato di dirigerle addebitando l’inverosimile sequestro della figlia all’ex convivente. Prima alludendo ai precedenti penali di Alessandro Del Pozzo, poi facendo riferimento a supposte cattive frequentazioni dell’uomo. Ma non solo.

Nelle prime ore Martina ha riferito che Elena era seccata dal fatto che il padre dormiva con una nuova compagna. Affermazioni, queste, decisamente non corrispondenti al vero. Dal momento che la bambina era molto affezionata non soltanto al padre, ma anche a Laura.

Dunque, fin da subito la donna ha tentato di far ricadere le responsabilità su Alessandro. E questo è un elemento che tanto racconta sulla personalità altamente manipolatoria della Patti. È bene ribadire che la confessione è avvenuta dopo ore ed ore, nonostante gli inquirenti le contestassero tutte le contraddizioni.

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Ha dunque cercato di farla franca, ma non sarebbe mai stata in grado di realizzare il delitto perfetto. Martina ha commesso il più atroce dei crimini ponendosi al di sopra, nella totale incapacità di provare empatia. Necessaria, quest’ultima, per spuntarla nella fase successiva all’omicidio, cioè quella auto conservativa.

Quindi, tutti i suoi non ricordo sono giustificati dalla volontà – a più riprese palesata – di non raccontare fino in fondo la verità. In altri termini, dichiarando di essere confusa, omette dettagli per non aggravare la sua già compromessa posizione in fase di indagine. Per questo tenta indirettamente di manipolare gli accadimenti.

Rinvenute soltanto tracce di sangue da riporto, chi indaga non ha dubbi sul fatto che Elena non sia stata uccisa nella sua abitazione. Dunque, Martina avrebbe verosimilmente ucciso la figlia in un luogo all’aperto. Denotando un chiaro tentativo di sporcare il meno possibile.

In questo senso, essendoci premeditazione, aveva evidentemente pensato a come cercare di ridurre al minimo l’imbrattamento ematico derivante dall’omicidio. La scena del crimine, tuttavia, non risulta essere al momento neppure con certezza l’area dove è stata scavata la buca.

Proprio per il ridotto quantitativo ematico riscontrato. Resta comunque da chiedersi perché quell’area non sia stata sottoposta a sequestro dagli investigatori.

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