Saman Abbas era tornata a casa solo per prendere i documenti

Ho sentito che dicono: uccidiamola. O una cosa simile. Allora ho chiesto alla mamma cosa stesse dicendo e lei mi ha detto: ‘Non stiamo parlando di te, ma di una ragazza che è scappata dal Pakistan’. Ma io l’ho sentito con le mie orecchie. Sì, dai, vediamo cosa c’è scritto nel destino e cosa no. Però ascoltando gli altri possono anche fare così. Non sono fiduciosa”. È la trascrizione dello sconcertante messaggio vocale che Saman Abbas, la ragazza di 18 anni del Pakistan scomparsa la notte tra il 30 aprile e il primo maggio da Novellara (Reggio Emilia), ha inviato al fidanzato la sera in cui è stata uccisa.

La trasmissione Chi l’ha visto?, condotta da Federica Sciarelli, ha fatto sentire in esclusiva la voce della ragazza che, come avete letto, poco prima di inviare il messaggio aveva sentito una cosa terribile: volevano ucciderla. Un messaggio straziante. Di lì a poco Saman è stata ammazzata.

La sua colpa? Essersi ribellata al matrimonio combinato che i genitori le volevano imporre. La madre e il padre volevano infatti che la propria figlia andasse in Pakistan a sposare un cugino, che lei neppure conosceva. Saman si è rifiutata pagando con la vita il prezzo della libertà.

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Per il suo omicidio sono indagate cinque persone, tutti familiari della vittima: il padre Shabbar, 46 anni, e la madre Nazia, 47, entrambi scappati in Pakistan subito dopo il delitto (in questi giorni è stato diffuso un video dell’1 maggio che li ritrae in partenza dall’aeroporto di Malpensa), uno zio, Danish Hasnain, 33, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio, e due cugini, Ikram Ijaz, 29, e Nomanulhaq Nomanulhaq, 34. Ikram Ijaz è già stato arrestato in Francia, mentre stava raggiungendo Barcellona, in Spagna.

È già stato estradato in Italia ed è in un carcere, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sia il presunto assassino che l’altro cugino sono latitanti, ma ricercati in tutta Europa. Un contributo notevole è arrivato dalle dichiarazioni di Ali Haider, il fratello sedicenne della vittima, scappato anche lui con lo zio Danish, ma bloccato e trasferito in un centro per minori quando ancora non si era compresa la portata della tragedia. Saman, come avete letto, aveva capito che i familiari non le avrebbero perdonato il suo rifiuto al matrimonio combinato.

Già in passato, quando era ancora minorenne, era scappata per sottrarsi a questa usanza assurda. Era ritornata a casa 20 giorni prima dell’omicidio. Era stata ingannata dai genitori, che erano riusciti ad attirarla nell’abitazione di Novellara e la tenevano lì segregata. Lei voleva riprendersi i suoi documenti, che il  padre le aveva sequestrato. Ma non c’è riuscita. La vita di Saman era da tempo un inferno. Spesso il padre la chiudeva fuori di casa e la faceva dormire sul marciapiede.

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Ma questa è solo una delle angherie che la ragazza era stata costretta a subire. Quando era tornata dalla sua famiglia per recuperare i documenti, il 22 aprile, si era rivolta ancora ai carabinieri della stazione di Novellara per denunciare i genitori che non volevano consegnarglieli e cercavano di convincerla a sposarsi con il cugino. In quella occasione, aveva riferito ai militari che il 26 gennaio di quest’anno il padre aveva minacciato, in Pakistan, la famiglia del fidanzato della figlia, un ragazzo che vive in Italia.

Della sparizione della ragazza ci si è accorti soltanto cinque giorni dopo il delitto, il 5 maggio, quando i carabinieri sono andati a casa della ragazza non trovando né lei né i genitori. C’erano, invece, lo zio Danish Hasnain e un cugino, che hanno riferito ai militari di aver visto il padre della ragazza andar via il 30 aprile. Uno ha detto di averlo visto andar via alle 17, l’altro alle 22. I carabinieri, insospettiti dalle contraddizioni dei parenti di Saman, hanno deciso di chiamare il fidanzato della ragazza.

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Il quale ha riferito loro che Saman non aveva un suo cellulare ma che usava, di nascosto, quello della madre. Ha detto di averla sentita per l’ultima volta alle 23.30 del 30 aprile. Saman, a detta del fidanzato, era molto preoccupata che potesse succederle qualcosa di grave, tanto da confidargli che se non si fossero sentiti per più di due giorni avrebbe dovuto avvertire le forze dell’ordine. Avviati i primi accertamenti, gli investigatori hanno appreso che i genitori della ragazza erano partiti in tutta fretta per il Pakistan il 1° maggio dall’aeroporto milanese di Malpensa. Erano da soli, senza i due figli. I sospetti sui genitori e sullo zio si sono concretizzati quando gli inquirenti sono venuti in possesso di alcuni messaggi scambiati tra il presunto assassino (lo zio Danish) e terze persone, nonché di quelli tra il fratello della vittima e la madre.

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