Pierfrancesco Favino è un affascinante seduttore nella commedia Corro da te, con Miriam Leone

Pierfrancesco Favino interpreta alla perfezione il ruolo del single incallito e seduttore seriale. Nella commedia romantica Corro da te, di Riccardo Milani, l’attore trasformista per eccellenza, che è diventato Bettino Craxi e Tommaso Buscetta, sfoggia la faccia più bella di tutte: la sua.

In poche parole, nelle vesti del rubacuori è un tipo davvero affascinante. Lui si schermisce: «Così m’imbarazzo...». Però ammette che è il ruolo che gli assomiglia di più. Non perché sia un single senza cuore – anzi, fa coppia con l’attrice Anna Ferzetti da quasi vent’anni – ma perché è sportivo, in forma al massimo.

Insomma un gran bel vedere, che non guasta. Il film è pure una commedia intelligente che fa riflettere sul tema della diversità: nella storia, il suo personaggio – odioso – si finge in carrozzella per sedurre la bella Miriam Leone, che invece è disabile.

Non temi di apparire cinico? «No, perché la disabilità viene sempre trattata con pietismo o per mettersi una medaglia al petto. Abbiamo voluto fare l’opposto. In fase di sceneggiatura ho proprio spinto per rendere il personaggio sgradevole, secondo la tradizione della commedia all’italiana». Sei un attore molto richiesto, perché hai scelto proprio questo film? «Erano anni che cercavo una commedia intelligente, da fare con il regista Riccardo Milani.

In questo periodo si parla tanto di accoglienza e diversità: il mio personaggio è indifferente e insensibile ma, se guardiamo bene, lo siamo un po’ tutti. Vediamo solo Alex Zanardi o Bebe Vio: i grandi talenti. Ma tutti gli altri dove sono?». La società nasconde i disabili? «Esatto. Dobbiamo imparare che la disabilità è uno specchio e per questo non la vogliamo vedere. Ma non è una qualità in sé, piuttosto un accidente, dietro cui ci sono individui e intelligenze.

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Non bisogna fermarsi all’aspetto esteriore». Il ruolo del seduttore ti calza a pennello. «Mi sono divertito a interpretare un tipo di uomo molto comune, che maschera la propria disabilità, che non è fisica, ma emotiva. È il classico narcisista, molto attento all’esteriorità: ha paura d’invecchiare, si mantiene in forma, si presenta come un vincente e un gran Don Giovanni».

In nome dell’arte ti sei trasformato, imbruttito, ingrassato, ora è stata dura essere un runner super allenato? «Lo sport – che sia corsa, bici, palestra – è molto importante nella mia vita e faccio fatica quando non lo pratico.

Cerco anche di stare sempre attento all’alimentazione. Ma non ho un’ossessione per l’aspetto fisico come questo personaggio, non credo almeno!». È stato impegnativo sedersi su una carrozzella? «Avevo avuto già un’esperienza precedente. Tanti anni fa ho interpretato un diversamente abile in un film Tv, Correre contro: un’esperienza che mi ha formato. Da allora sono rimasto legato ad alcune associazioni che ci hanno seguito anche in questo film».

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I cattivi sono più divertenti da interpretare? «Ne ho fatti diversi, anche realmente esistiti. È divertente perché stai descrivendo un aspetto dell’animo umano di cui abbiamo paura, ma che esiste. Gli attori sono chiamati a mettere in luce tutti i comportamenti.

Non penso mai che le persone possano confondermi con quello che faccio». Sei romantico? «Sì, romantico, idealista e sognatore». In questo film recita Piera Degli Esposti, scomparsa nel 2021. Come la ricordi? «Ho avuto la fortuna di recitare con lei due volte, entrambe occasioni meravigliose. Era una persona con la quale sono potuto andare un po’ al di la del lavoro e per me è stata una perdita pesante (si commuove, ndr). Solo lei aveva quella spietata leggerezza...

Nella vita a volte si incontrano delle anime, che sono più che solo persone: lei era una di queste». Ami rivederti nei film? «Solo la prima volta, poi no. Se giro canale e mi trovo, mi innervosisco». Hai detto che è importante restituire la propria fortuna alla società. Tu, che cosa fai? «Una delle più grandi soddisfazioni da questo punto di vista è la scuola pubblica di perfezionamento del mestiere dell’attore, L’Oltrarno, che dirigo a Firenze.

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Un bel modo di trasmettere ai giovani quello che ho imparato». A proposito di giovani, come spieghi alle tue figlie – Greta, 16 anni, e Lea, 9 – questo periodo terribile, prima il Covid e ora la guerra? «Non è che spiego qualcosa, piuttosto assistiamo insieme. Pensiamo sempre ai giovani come se fossero meno capaci di comprendere rispetto a noi. Invece spesso è il contrario: sono io che imparo da loro. Detesto quando si dice: “I ragazzi sono il nostro futuro”. Già li abbiamo privati di tanto, non togliamo loro pure il futuro. Piuttosto, a proposito dei disastri che stanno avvenendo potremmo dire: “Noi siamo il loro presente” .

Dovremmo ascoltare i ragazzi ed essere più vicini al loro mondo. Per esempio, non è possibile che gli studenti di oggi abbiano gli stessi programmi scolastici che avevo io». Le tue figlie fanno la scuola pubblica? «Sì, perché sono orgoglioso di vivere in un Paese che consente a tutti di studiare e di essere curati in ospedale gratis. Mi sembrerebbe un tradimento mandarle alla scuola privata». I ragazzi sono molto più avanti di noi su tanti temi, per esempio sulla diversità. «Ma certo, sono molto più tranquilli. Noi confondiamo i nostri problemi con i loro». Sei fiducioso nel futuro? «Si perché il futuro è dei giovani». Ci salveranno loro? «No, si salveranno loro».

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