Marco Vannini, il 3 maggio la Cassazione potrebbe mettere la parola fine alla vicenda

Federico Ciontoli ha parlato ancora? Prendo atto che è improvvisamente diventato loquace. Peccato che nelle sue dichiarazioni continui a mentire spudoratamente, così come ha fatto in questi anni. Non si riscontra nessuna novità in quello che dice. Nulla! Ho saputo che si lamenta perché i giudici della Cassazione hanno fissato troppo presto la data dell’udienza che lo vede imputato, insieme con il resto della famiglia, per l’omicidio di mio figlio e che non avrà il tempo a sufficienza per dire alcune cose.

Ma come può arrivare a dire una cosa del genere? Ha avuto sei anni per parlare e non l’ha fatto. Anzi, sino a oggi ha detto solo bugie”. Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, ha commentato così le ultime esternazioni di Federico Ciontoli, imputato insieme con i genitori e la sorella nel processo per omicidio volontario. Tutta la famiglia Ciontoli è infatti accusata, a vario titolo, del delitto di Marco Vannini, il giovane bagnino di 20 anni ucciso la sera del 17 maggio del 2015 mentre si trovava a casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, a Ladispoli, sul litorale romano.

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 Quella maledetta sera un colpo di pistola, esploso da una potente Beretta calibro nove, trafisse il corpo di Marco, che morì dopo una lunga e sofferente agonia. Nessuno in quella casa chiamò i soccorsi. Soltanto dopo 110 minuti dall’esplosione del colpo la famiglia Ciontoli si decise finalmente a chiamare un’ambulanza. Quell’attesa, stando alle perizie medico-legali, è risultata fatale per Marco, il quale, se fosse stato soccorso in tempo, si sarebbe potuto salvare.

I giudici della Cassazione hanno fissato l’udienza a carico dei quattro imputati per il prossimo 3 maggio. In quella occasione i magistrati della Corte Suprema dovranno decidere se accogliere il ricorso presentato dalla famiglia Ciontoli o se respingerlo. Nel caso in cui il ricorso alla sentenza di Appello dovesse essere respinto, tutti e quattro gli imputati andrebbero direttamente in prigione.

Quando si è diffusa la notizia della data della fissazione dell’udienza, Federico Ciontoli, attraverso  il suo profilo Facebook, ha tenuto un breve “monologo”. Eccone uno stralcio: «Ieri gli avvocati mi hanno comunicato che è stata fissata per il 3 maggio la data dell’udienza per la Cassazione. Pensavo fosse più in là, ma non è così. Spero solo che questa volta non ci siano pressioni mediatiche o politiche e che si giudichi solo secondo giustizia.

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Pensavo di avere più tempo per chiarire quei punti di cui non avevo avuto la forza di parlare in pubblico, ma non è così. Sto valutando di pubblicare un video o una diretta tra due o tre settimane per poter chiarire quei punti critici, per i quali c’è una spiegazione. In questi giorni ho lavorato anche a una delle strumentalizzazioni che i programmi televisivi hanno fatto su di me e spero che si possa capire quanto questo tipo di operazioni vadano a influenzare le opinioni che ci facciamo».

Parole che hanno suscitato la reazione di mamma Marina che, insieme con il marito Valerio, in questi anni si è battuta strenuamente per assicurare al figlio la giustizia che in un primo momento sembrava essergli stata negata. Le indagini sul delitto Vannini sono state lacunose e, purtroppo, l’attività inquirente non ha consentito di acquisire tutti quegli elementi che avrebbero potuto portare in prigione molto tempo prima Antonio Ciontoli e il resto della famiglia. Antonio Ciontoli, nel primo grado di giudizio, fu condannato dai giudici della Corte d’Assise di Roma a 14 anni per omicidio volontario.

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La moglie e i due figli, invece, a tre anni per omicidio colposo. La Corte d’Appello di Roma, però, come tutti ricorderanno, pronunciò una sentenza scandalosa: i giudici derubricarono ad Antonio Ciontoli il reato condannandolo a soli cinque anni per omicidio colposo, mentre al resto della famiglia vennero confermati i tre anni di reclusione. Una sentenza che lasciò l’amaro in bocca e che fece registrare la vivace protesta in aula da parte di mamma Marina, costretta da sei anni a sopravvivere senza più il suo adorato Marco.

Il giudice, che in quel momento stava pronunciando la sentenza, senza comprendere affatto lo sfogo di una madre dilaniata dal dolore, minacciò addirittura Marina di «farle fare un giro a Perugia». Nel caso in cui il giudice della sentenza-scandalo avesse infatti ritenuto opportuno denunciarla per oltraggio alla Corte, l’udienza si sarebbe tenuta proprio a Perugia, sede del Tribunale competente.

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