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Franco Battiato, ecco a chi andrà l’immensa eredità: parliamo di milioni

E’ raro che la scomparsa di un personaggio famoso susciti un cordoglio quasi unanime. Anche i migliori, anche i più popolari, hanno sempre qualche “odiatore”, un gruppo di persone che gli è ostile per partito preso, per le idee politiche, per motivi geografici, o chissà per quale altra ragione.

Invece Franco Battiato, che ci ha lasciati lo scorso 18 maggio dopo una lunga malattia, ha avuto il potere di accomunare gli italiani: il dispiacere, il senso di perdita è stato collettivo, e non formale. La sensazione di aver perso un grande artista e anche una persona speciale (un “essere speciale” potrebbe dire qualcuno, parafrasando i versi di un suo brano) è stata provata da tutti, almeno da tutti coloro, e sono tanti, che sono cresciuti con le sue canzoni.

E questo è tanto più singolare, quanto meno Battiato si proponeva come “personaggio”. Senza arrivare ai livelli di Mina e, ai suoi tempi, di Battisti, che avevano deciso di rifiuta-, re totalmente ogni impegno pubblico, il cantautore siciliano da molti anni faceva una vita ritiratissima, nella sua Milo, ai piedi dell’Etna.

Era rimasto, dicono tutte le testimonianze, l’uomo spiritoso e sereno di un tempo, era amichevole e gioviale con tutti, fan e colleghi, non si negava a qualche intervista e a qualche comparsa la televisiva, ma di certo ripudiava ogni presenzialismo, si dedicava soprattutto gli studi e alla meditazione metafìsica.

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Anche quando lo vedevi in Tv, o leggevi qualcosa di lui sul giornale, sapevi che, in un certo senso, era “altrove”. La popolarità, semplicemente, non gli interessava: non la respingeva ma nemmeno la cercava. Della luce dei riflettori non aveva alcun bisogno.

Eppure, così assente, restava presente nel cuore di tutti noi. Perché era riuscito, in modo sublime, e senza neppure farlo pesare troppo, a dare voce e musica ai nostri sentimenti più segreti, alle nostre aspirazioni più nascoste. Alla voglia di grandezza, di divino, di verità e bellezza sepolte nell’anima di ognuno di noi, spesso trascurate e dimenticate nel quotidiano, e che invece Battiate sapeva riportare alla luce in maniera magica.

Chi scrive aveva 15 anni nel 1982, nell’estate in cui impazzava l’album più clamoroso di Battiato, Zzi voce del padrone. Un disco straordinario, che riascoltato oggi appare fresco e nuovo come allora. Ebbene, fu un autentico fenomeno di costume: Bandiera bianca, Cerco un centro di gravità permanente, Gli uccelli e le altre quattro tracce si sentivano ovunque, in ogni radio, da ogni finestra, si cantavano nelle gite scolastiche, si fischiettavano al lavoro.

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E questo nonostante i testi difficili, gli intellettualismi voluti e ricercati, come quello famoso dei “gesuiti euclidei vestiti come bonzi per entrare a corte dall’imperatore”: nessuna aveva capito chi fossero davvero, nessuno si era affaticato a dare un’interpretazione, semplice-mente, la musica e la magia delle parole toccavano l’anima, come pochi, forse nessun cantautore, era riuscito a fare fino a quel momento. Era come recitare preghiere in una lingua straniera, che danno conforto anche se non le capisci, perché ne intuisci la sacralità.

Chi sa cosa dà a un artista la capacità di entrare in comunione così profondamente con il suo pubblico. Pubblico che era, molto semplicemente, tutti: le sue canzoni le cantavano i professori e gli operai, le casalinghe e gli studenti, chi era di destra e chi di sinistra, e chi votava De. Tutti in cerca di un “centro di gravità permanente” impossibile da trovare, o sul punto di innalzare “bandiera bianca” di fronte alle difficoltà della vita.

Perché poi, al di là dei giochi linguistici con cui si divertiva, le canzoni di Battiato ti folgorano con la rivelazione improvvisa di grandi verità: «Com’è difficile trovare l’alba dentro rimbrunire» (Prospettiva Nievsldj)’, «E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità» (I treni di Tozeur)-, «Se penso a come ho speso male il mio tempo, che non tornerà più» (La stagione dell’amore benissimo perdersi in quest’incantesimo» (Sentimento nuevo).

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Per non parlare delle sue preghiere sublimi, come La cura, e Ti vengo a cercare, canzoni che potrebbero essere dedicate egualmente a un amante, a un Dio, alla propria anima, o ai propri figli, e proprio per questa ambiguità risultano così totali, così assolute, così dolci e struggenti, perché ci offrono l’intuizione che l’amore è la ragione profonda del nostro essere al mondo.

Battiato era parte di noi, perché, con lo strumento della canzone, una canzone che voleva essere (ed è riuscita effettivamente a essere) orecchiabile e popolare, ha insegnato a tutti noi ad volerci più bene, ci ha regalato la speranza di essere destinati alla bellezza e alla verità, ci ha detto che la nostra vita è preziosa e piena di ricchezze nascoste. E ogni nota che ci ha lasciato è fi a ricordarcelo.

A chi andrà l’eredità?

Il patrimonio economico di Franco Battiato è stimato per più di tre milioni di euro. Il problema però non è solo quello relativo al beneficiario dell’eredità, ma ci sono soprattutto dei problemi per quanto riguarda la società L’Ottava srl.

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