Eleonora Daniele, piango a dirotto e non accetto la morte di mio fratello

Eleonora Daniele: giornalista, autrice e conduttrice televisiva di grande successo. Ora anche scrittrice di un romanzo dedicato a suo fratello - “Quando ti guardo negli occhi. Storia di Luigi, mio fratello”- in cui la presentatrice racconta il dramma della sua famiglia alle prese con un ragazzo gravemente ammalato.

“Nessuno mi chiede mai chi fosse mio fratello Luigi come se l’etichetta autistico definisse una persona. Lui era un ragazzo speciale, con un autismo grave, che poi dai 18 anni è cresciuto in un istituto privato. La mia famiglia fu costretta a questa scelta per via della gravità della sua malattia, che lo portava anche a picchiare mio padre. Nello stesso tempo, abbiamo capito che lui necessitava di compiere un suo percorso.

La scelta è stata difficile, soffrivo moltissimo”. Nonostante questa tragedia di famiglia Eleonora Daniele continua a con dune con successo tutte le sue trasmissioni che dal 2004 la vedono protagonista di RaiUno.

Dal 2013 è il volto di “Storie Italiane”, programma che racconta il nostro Paese con approfondimenti sui fatti di attualità. Nel frattempo insieme alle sorelle Elisa e Cosetta ha fondato l’associazione “Life Inside Onlus” per sostenere lecersene affette da autismo e le loro famiglie.

Il suo primo libro “Storie vere. Tra cronaca e romanzo” (Rai Eri, 2015) ha vinto il premio Capalbio. Ora questo suo nuovo saggio dedicato al fratello Luigi e che racconta con immensa commozione. “Eravamo felici, a quei tempi. Luigi non riusciva a pronunciare una sillaba, ma quello che provava lo trasmetteva con gli occhi e con sorrisi che dicevano più di mille discorsi. Ci sdraiavamo sotto la grande quercia e guardavamo tutto intorno.

Sapevo che se passava una farfalla la seguiva anche lui, che una nuvola dalla forma strana attirava anche la sua attenzione. A fine giornata, per me avevamo visto le stesse cose, avevamo provato le stesse emozioni. Potevo capirlo davvero solo guardandolo negli occhi e comprendere tutto ciò che non sapeva dire”.

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Una tragedia che Eleonora Daniele si porta dentro da una vita. Quando Luigi Daniele è nato, negli anni Settanta, poco si sapeva dei disturbi dello spettro autistico: la medicina brancolava nel buio ed erano ancora tanti i pregiudizi che riguardavano la salute mentale. Luigi è stato un dono immenso. Senza di lui, non sarei diventata la persona che sono. Mi ha spinto a lottare per chi mi sta accanto, a infervorarmi per le ingiustizie. Ogni volta che ho la tentazione di mollare, penso agli sforzi titanici di mio fratello nelle sue estenuanti risalite.

“Quando ti guardo negli occhi” è un racconto emozionante, a tratti feroce, che vuole restituire voce a chi non ce l’ha. Ai ragazzi come Luigi, ai loro familiari, e a chi ogni giorno si trova a lottare in un mondo che ancora fatica a comprendere e ad accogliere la diversità.

Eleonora Daniele parla di Luigi e i suoi occhi grandi diventano minuscoli. Non immaginavo che il gesto semplice di accendere la radio potesse provocare una valanga. In treno, nel solito tragitto da Roma a Padova, ho messo le cuffiette per isolarmi dai discorsi altrui ed è partita “Last Christmas” degli Wham! È la Vigilia di Natale, è normale che la trasmettano, ormai è agganciata alle feste come la slitta alle renne, però io non me l’aspettavo. Non sono pronta ad ascoltarla, soprattutto da sola, ma non riesco a cambiare frequenza.

È una calamita, una chiamata, un appuntamento che ho disertato e che non vuole più essere rimandato. Mi tremano le gambe, le mani sudano, è come se stavolta non avessi riparo, così abbandono ogni resistenza e lascio che la canzone mi attraversi. Qualcosa dentro di me si stacca, rotola veloce, cresce, raccoglie tutto ciò che trova nella discesa, mi seppellisce. Prima il mio corpo diventa una gabbia di ghiaccio, poi le lacrime cominciano a scioglierlo come cera. Piango a dirotto. Luigi non c’è più.

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Ricordi su ricordi, emozioni e commozione diventano un mix straordinario di un racconto senza fine e pieno di amore. La voce dolce di George Michael e quei sonagli in sottofondo che mettevano mio fratello di buonumore non possono più raggiungerlo. Questo pensiero è insopportabile. Non so perché mi investa con questa ferocia definitiva proprio ora. Immagino sia perché sono incinta. Di tre mesi, e non l’ho ancora detto a nessuno.

La pancia si nota già, la copro con giacche di una taglia più grande, ma il viso è inequivocabilmente più tondo, addolcito, levigato, quasi fossi tornata bambina. Deve essere questo senso di perdita e insieme di nascita a rendermi così emotiva, disarmata davanti all’evidenza. Il giorno peggiore della vita di Eleonora è stato il giorno in cui la chiamano per dirle che Luigi non c’è più. Sono passati quattro anni da quando se ne è andato, non so ancora come. Mi arrivò una telefonata: “Luigi è morto”, nient’altro. Sono stata male, malissimo, ma ho finto di stare bene, benissimo, perché non potevo permettermi di crollare, perché ci si aspetta che io reagisca con maturità, perché è così che va la vita.

Ma le leggi dello spettacolo sono impietose. Qualche giorno dopo il suo funerale, ero già in diretta su RaiUno. In diciott’anni di trasmissioni quotidiane, ne ho assorbiti di colpi. Storie umane forti, a volte tragiche, spesso piene di speranza, non importa che appartengano a sconosciuti. Per accoglierle ho dovuto aprirmi, questo significa anche che mi sono lasciata ferire. Quando chiudo il programma, non chiudo il cuore.

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Mi porto tutto dietro, dentro la vita privata. Ho imparato a conviverci. Pensavo di riuscire a fare lo stesso il giorno in cui mi arrivò quella notizia, ma non andò così. Per la prima volta non riuscivo a trovare la voce per parlare in tv. Mi usciva solo aria, l’affanno di chi non ce la fa a proseguire. Mi sentivo senza vita, e così avrei voluto rimanere, a galleggiare nel nulla, imbozzolata nell’assenza di Luigi.

Dolore, e poi ancora tanto dolore. Da allora ho coperto il dolore con un manto di neve e ho tirato avanti, pensando che il tempo lo avrebbe tenuto in letargo, invece è bastata una canzone, la nostra canzone, a risvegliare tutto. Una punta di spillo e la bolla in cui mi sono chiusa per tutto questo tempo è esplosa.

Cosa rimane di tanta tristezza in corpo? Ciò che porto in grembo ha posto le condizioni affinché io fossi qui e ora, una donna più malleabile, sensibile a una semplice canzone, per niente pronta ma quantomeno disposta ad assistere allo scioglimento dei propri ghiacci. Qualche nota e la slavina interiore è arrivata. Non accetto la morte di Luigi, perché non è vero che cosi va la vita. È andata così a lui, e a lui soltanto. E andata nel verso opposto alla mia, sin dall’inizio. Un libro bellissimo, da leggere tutto d’un fiato, perché parla di vita e di morte insieme, e soprattutto di amore fraterno.

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