Giorgio Pasotti diventa medico e scende in corsia

Con quella faccia da bravo ragazzo, i modi gentili e il ciuffo “assassino”, Giorgio Pasotti, 48 anni, anche questa volta farà breccia nei nostri cuori. A partire dall’8 febbraio, in prima serata su Raiuno per quattro appuntamenti, infatti, l’attore interpreterà un affascinate chirurgo pediatrico in una fiction ad alto tasso di buoni sentimenti, lacrime e amore.

Si chiama Lea - Un nuovo giorno, è coprodotta da Rai Fiction e Banijay Studios Italy, e racconta la complicata storia tra Lea, un’infermiera interpretata da Anna Valle, e il suo ex marito nonché primario Marco, messo in scena da Pasotti. Entrambi lavorano nel reparto di pediatria di un ospedale di Ferrara. E tra bambini malati, interventi salvavita, ritorni di fiamma e nuovi amori le emozioni sono assicurate.

Si tratterà dell’ennesimo successo per l’attore bergamasco, che da quasi 30 anni a questa parte, tra fiction, film e teatro, non sbaglia un colpo. Direttore artistico del Teatro Stabile d’Abruzzo, Pasotti sta preparando un monologo teatrale di Franz Kafka con la regia di Alessandro Gassmann, sta ultimando le riprese di Mina Settembre 2, un’altra fortunata serie di Raiuno, e sta stendendo il progetto per la sua terza pellicola da regista.

Nel frattempo fa il papà super presente di sua figlia Maria, 12 anni, avuta dall’ex compagna Nicoletta Romanoff, e su Instagram lo vediamo spesso in vacanza in montagna insieme con la compagna, l’attrice Claudia Tosoni, 30 anni. Ci sentiamo in una serata di fine gennaio, alla vigilia del lancio della sua fiction, e cominciamo a parlare proprio del personaggio che interpreta, un chirurgo pediatrico bravissimo nel suo lavoro, quanto incapace di prendere una decisione giusta nella sua complicata vita sentimentale.

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Marco, il tuo personaggio, ha lasciato Lea, si è messo con un’amica di lei, ma sembra che ci stia ripensando… Perché uomini intelligentissimi spesso si comportano così male in amore? «A volte gli uomini di fronte alle responsabilità scappano. Poi però ci ripensano. Come fa Marco, un uomo infallibile nel suo lavoro, eppure molto fallibile nella vita reale, con una debolezza tutta sua che fatica a far vedere agli altri. Ma è umano, sbaglia, e ha la capacità di riconoscere i suoi errori.

Ciò lo fa vivo e speciale anche nei suoi difetti. Per questo mi piace». La fiction è ambientata in un reparto di pediatria: ci sono bambini malati che rischiano la vita e questo la rende molto coinvolgente. Emozioni sul set? «Durante le riprese, ho visto piangere anche le persone più dure e inscalfibili della troupe, come quando sul set abbiamo avuto un neonato chiuso in un’incubatrice alle prese con una crisi cardiaca, ovviamente finta.

Nell’attimo in cui ho toccato la sua testolina ho provato ansia e angoscia». Nessuno sa resistere alla vista di un piccolo paziente… «Del resto è inevitabile. Siamo tutti madri e padri o zii. Quando ti trovi a che fare con una storia in cui c’è un piccolo che non sta bene, magari che rischia di perdere una gamba o è in pericolo di vita, ti viene sempre da pensare: “Se dovesse succedere a mia figlia? Io impazzirei”. La malattia è brutta per chiunque, ma diciamo la verità: quando vedi un bambino malato ti sembra una cosa proprio ingiusta, innaturale.

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È davvero una cosa insostenibile». Ci dobbiamo aspettare un drammone a ogni puntata quindi? «Per niente: il tema della malattia dei bambini è trattato con molta delicatezza e altrettanta dolcezza. Questa serie fa emergere sensazioni semplici e belle, ci fa un po’ sognare sui buoni sentimenti perché in un momento come questo nessuno ha bisogno di cupezza, ma di gioia. È un inno alla speranza, alla vita e all’amore».

Hai accennato a tua figlia Maria. Come vanno le cose ora che sta diventando grande e che sta crescendo? «Ha dodici anni, sta esplodendo nella sua femminilità e vedo che c’è proprio un cambiamento del suo carattere. Ovviamente io sono la vittima designata dei suoi sbalzi d’umore e poi, a scendere, tutto il resto della famiglia (ride, ndr)». E immagino che tu accoglierai tutto molto stoicamente… «Per forza: ci si rimbambisce con i figli e io come tutti, anzi forse di più.

Sono sempre stato un padre molto presente e cerco di esserlo tuttora, nonostante Maria sia assai impegnata. Va in seconda media, comincia ad avere la sua vita, i suoi interessi e il tempo che dedica a suo padre è sempre meno, per cui cerco di sfruttare al meglio le piccole finestre di tempo e di buonumore che gentilmente mi dedica». Con un figlio maschio sarebbe stato diverso? «Penso che i bambini, quando crescono, siano un po’ più semplici.

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I maschi... dai loro un pallone e vanno avanti da soli fino ai 18 anni. Almeno, per me è stato così». Poi a 18 anni si sostituisce l’interesse per il pallone con quello per le ragazze... «Esattamente. Vedi che semplicità! Le donne sono più complicate, anche quando stanno crescendo: la richiesta di attenzione, i drammi. È un mondo diverso, ma bellissimo». Parlando di ragazzi, il pensiero va subito a quei quattro trentenni protagonisti del mitico film L’ultimo bacio di Gabriele Muccino: tu, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria e Stefano Accorsi.

Quella pellicola nel 2001 fece decollare la carriera di tutti voi. Vi vedete spesso? «Tutte le volte che possiamo, ma mai abbastanza. Siamo quattro persone che si vogliono bene e che si stimano molto. Quando ci vediamo è un po’ come stare con i compagni di liceo, anzi peggio. L’idea di base è prendersi sempre in giro». E per che cosa ti prendono in giro? «Ricordi la parrucca che indossavo nel sequel Baciami ancora? Il mio personaggio era distrutto dalla vita, con pochi capelli in testa, un po’ sui generis. Ecco, diciamo che quella parrucca viene spesso ricordata con molto piacere. Da loro».

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