Chi è Tracy Eboigbodin: età, MasterChef, padre, compagno, origini

Non credeva che sarebbe riuscita ad arrivare fino in fondo, anzi non pensava neppure di resistere fino a metà del cooking show di Sky, invece Tracy Eboigbodin, ex cameriera ventottenne, per metà nigeriana di Benin City e per metà veneta di Vallese di Oppeano, nel Veronese, si è aggiudicata il titolo di undicesima MasterChef italiana. «Io sono fatta così», ci spiega. «Parto pensando che non ce la farò, ma allo stesso tempo ci metto tutto il mio impegno. Sono anche molto emotiva, per cui mi dicevo: ti farai fuori da sola...».

Invece le lacrime che non riuscivi a trattenere sono state capite. «Io faccio fatica a esprimere quel che provo e sfogo in quel modo stress, tensione o anche felicità. Questa volta però mi sono aperta anche con le parole: ho pensato che ero lì, dovevo farmi conoscere».

Hai raccontato un'infanzia dura, a 7 anni facevi dieci chilometri a piedi con un peso di dieci chili sulla testa... «Per sei mesi l'anno vivevo a Benin City, dove io e mio fratello più piccolo andavamo a scuola, ma per gli altri sei mesi ci spostavamo in un villaggio di cui è originaria mia mamma, perché lei non voleva che crescessimo nella comodità e nel lusso cittadino. In quel villaggio stavamo con bambini meno fortunati di noi, che si dovevano dar da fare presto: ma sono questi i ricordi più belli della mia infanzia in Nigeria».

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E stata tua mamma a insegnarti la caparbietà che abbiamo visto in gara? «Sì, fin da quando ero piccola il mio riferimento è stata lei, che in una società difficile per le donne come quella africana ha cresciuto me e mio fratello da sola, lavorando, con una mentalità aperta e anticonformista».

Tuo padre era in Italia, invece. «Sì, crescendo chiedevo sempre più spesso di lui, volevo conoscerlo, passarci del tempo. Quando stavo per compiere 14 anni siamo venuti in Italia per raggiungerlo e riunire la famiglia, ma le cose non sono andate come pensavamo».

Cosa è successo? «I miei genitori si sono separati, è stato difficile. Anche imparare l'italiano da zero non è stato facile: l'ho dovuto fare in pochi mesi, prima dell'inizio del liceo e senza prendere lezioni». Difficoltà che ti hanno insegnato a essere combattiva.

«Sì, anche se non sapevo di essere tanto determinata e competitiva fino a quando non mi sono ritrovata a MasterChef. Fino ad allora mi era capitato di partecipare a qualche concorso di bellezza, ma l’ho sempre preso come un gioco, qui invece è come se si fosse riacceso un fuoco che avevo dentro, ma spento».

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Quindi aveva ragione l'amica che ti ha iscritta? «Sì, io e Letizia siamo amiche da dieci anni e da almeno cinque lei mi ripeteva che avrei dovuto fare questa esperienza, ma io non ne volevo sapere. Poi una sera del 2020 mi ha iscritta, ed era così convinta che l'ho lasciata fare».

Dove hai imparato a cucinare? «Prima in Africa, guardando mia mamma e le mie zie, perché lì è normale saper fare da mangiare fin da piccole. Ma della cucina intesa come combinazioni di sapori, equilibrio delle dosi, estetica, mi sono innamorata qui in Italia, soprattutto dopo aver conosciuto il mio compagno Samuele. Mia suocera Maria Rosa è molto brava a cucinare i piatti della tradizione veneta, quelli che non passeranno mai di moda, come il baccalà alla vicentina o il fegato alla veneziana».

A quella tecnica hai aggiunto le tue radici, mixan- do cialde alla curcuma e baccalà mantecato, ravioli di capra e coriandolo, pluma di maiale e platano: un nutrimento per l'anima oltre che per il corpo? «Cucinare è raccontare chi sono, un po' nigeriana e un po' italiana, ed è questo che ho fatto a MasterChef. Il menu della finale, che ho chiamato L’abbraccio, non sarebbe potuto essere diverso: volevo che i giudici lo riconoscessero come mio pure assaggiandolo da bendati».

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A proposito di giudici: Giorgio Locatelli si è commosso per la tua vittoria. Era il tuo preferito? «No, sono riconoscente a lui come a Bruno Barbieri e ad Antonino Cannavacciuolo, perché tutti e tre mi hanno aiutata a crescere con consigli e critiche costruttive».

Cosa hai imparato da MasterChef? «Che tutto è possibile, che non bisogna avere paura di fare qualcosa, che bisogna provare perché non si può sapere come va a finire». Cosa c'è nel tuo futuro? «Intanto penso al mio libro Soul Kitchen - Le mie ricette per nutrire l’anima (in uscita il 15 marzo per Baldini&Castoldi, ndr) e a studiare ancora: ho vinto anche la borsa di studio per l'Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana. Il mio sogno, poi, resta un home restaurant, per portare l'alta cucina a casa delle persone o per ospitarle in una casa molto grande, magari con terrazza, che mi somigli. Proprio come i miei piatti».

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